Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

FRATE FRANCESCO IN NARNI
Chiesa di San Francesco d'Assisi in Narni
Chiesa di San Girolamo in Narni
Lo Speco di San Francesco d'Assisi in Sant'Urbano (Narni)
Appunti inediti sullo Speco
APPUNTI INEDITI SULLO SPECO

APPUNTI INEDITI SULLO SPECO

Narni, Lo Speco di San Francesco: a sinistra: il “Pozzo del chiostro”, a destra il “Viale sacro” (foto anni ‘50)

A Prima di “chiudere” con Lo Speco di Sant’Urbano, considerata la unicità del sacro luogo, un “dono” per il “lettore”: la trascrizione di un manoscritto che, sino a qualche anno fa, si poteva leggere nella “celluzza” del Santuario di Narni, ed una cronaca “introvabile” compilata dalla scrittrice Maria Sticco.

 

Manoscritto :

«Narrazione. E’ questo l’Oratorio in cui soleva il Serafico P. S. Francesco intertenersi nelle sue solite orazioni, passandovi ben di sovente i giorni e le notti. Cosa mirabile raccontasi nelle Croniche Serafiche in riguardo a questo Sacro Luogo. Era già qualche tempo che preso si era il pio costume d’intervenir quivi processionalmente in tutte le feste e specialmente nelle solennità, partendo dalla Chiesuola, del Convento, prima o dopo la Messa Conventuale , cantando per la via le Litanie e quivi giunti altre Orazioni. Ora avvenne nel 1704, in una delle maggiori solennità, della quale non è rimasto precisamente il nome, che trovandosi il R. P. Evangelista di Spoleto, Lettore di Sacra Teologia e uomo di specchiatissimi costumi, in Finocchietto, castelletto distante di qua circa quattro miglia, nella mattina sentì raccontarsi da quasi tutta la popolazione quanto segue: Era sulla mezzanotte quando quelli che erano desti, e poi altri che si destarono, sentirono con maraviglia suonarsi come da vicino la piccola campanella che quivi chiama i Frati a Mattutino. Si alzarono alla novità, e guardando verso da dove veniva il suono a questo Sacro Monte, vidder con altrettanto di meraviglia e stupore una lunga e ben ordinata Processione, con ricchezza di torce, e paramenti come di oro e gemme di che ne splendeva tutto il Monte a giorno, e di più udirono insieme (a tanta distanza) dolce e soavissima melodia (non distinguendo però le parole) e con tanto lor contento ed estasi, che pareva ad essi di stare non più in Terra ma in Paradiso. La processione si dirigeva da questo Oratorio verso la sottoposta Chiesuola del Convento. Forse l’estasi e delizia in che furno immersi, o altro divino giudizio fu causa per cui non venne chiamato il prelodato P. Evangelista a partecipare dell’ammirabile spettacolo. Il che intesolo nella mattina e da tutti e sempre nella medesima maniera e riflettendo a tutte le circostanze: che la campanella non poteva non poteva di là sentirsi per la sì lunga distanza; che in Convento non v’erano tanto Religiosi da far così lunga e solenne Processione; che ne mancavano affatto preziosi Paramenti; che la Processione si faceva di giorno e non giammai di notte; che se non la campana, molto meno canti potevano naturalmente sentirsi a quella distanza; conchiuse non esser stata quella che una Processione tutta Celeste di Angeli e Religiosi in Cielo regnanti a dimostrare quanto era cara a Dio e al S. Padre quel devoto Esercizio della Processione già intromessa, come si è detto, e quanto insieme fosse accetta ai Cittadini Celesti questa fortunata Terra. E più si confermò e venne nella certezza della cosa egli con quanti udirono, quando tornato in Convento nella sera del medesimo d’, sentì dirsi da tutti i suoi ottimi Confratelli Religiosi che, alzatisi al solito Mattutino, niente si era fatto, né anco pensato al detto Santuario. Per cui da tutti fu proclamata quella una Processione tutta celeste e divina, dandone lode al Signore, mirabile nei Suoi Santi, e crebbe quindi sempre più la divozione rispetto questo Sacro Luogo, che Dio volgia mantenere sempre per edificazione de Popoli sino alla consumazione de’ secoli.

Papa Clemente XI concedè duecento giorni d’Indulgenza per chiunque si portasse alla medesima Processione che in tutte le Feste e Domeniche dell’anno si continua, come si disse, prima o dopo la Messa conventuale, pregando per i bisogni di S. Madre Chiesa».

 

Cronaca :

- Chi me ne parlò per la prima volta fu un francesca­no svizzero di forme atletiche, padre Eugenio, un gra­natiere in saio, che incontrai a Zug nel 1954. «Come! - esclamò scandalizzato. - Non conoscete lo speco di Narni?». Confessai la mia ignoranza. Negli studi fran­cescani, e nella valorizzazione dei luoghi francescani, sono sempre gli stranieri a precederci. Padre Eugenio mi raccontò in un italiano “ sui generis”, ma tanto espres­sivo che sarebbe peccato correggerlo: «Quando preparai il mio grande viaggio in Umbria, lessi in un libro di Eduard Schneider la descrizione dello speco. L’eremo era ancora diroccato e disabitato, quando lo Schneider ci fu. Poi a Monteluco padre Ga­briele mi disse che due frati ci stavano di nuovo e mi dette le indicazioni per arrivarci. Un autobus andava da Terni a Configni, ma non ogni giorno. Arrivai a Terni il 3 giugno 1948. In convento, a desinare, la Prov ­videnza mi fece trovare padre Ambrogio dello speco. Alle tre doveva partire l’autobus. Ci demmo appunta­mento alle tre meno un quarto alla porta del convento». Ma perdemmo la corsa. «Decidemmo: prendiamo la strada a piedi. Faremo autostop. Camminavamo, cam­minavamo... Venivano macchine, ma tutte all’incontro, nessuna da dietro. Dovemmo fare una ventina di chi­lometri a piedi, ma per me più del doppio. Ero ancora debole di una lunga malattia, portavo un grande zai­no sulle spalle, ma una gioia ancora più grande nel cuore. Questa sola mi faceva camminare. La notte veniva. Ci perdemmo all’ultimo tratto, per una scorciatoia, padre Ambrogio dovette tirarmi a due mani, a traverso le rocce. Dopo le nove arrivammo al convento. Era tutto buio per un guasto alla linea elettrica. Padre Pla­cido ci ricevette con una candela in mano, ma con un fuoco molto più grande nel suo cuore fraterno. Poi nel piccolo refettorio mangiammo delle lenticchie e dell’in­salata. E lì, alla luce della candela, ho incontrato con immensa tenerezza, madonna Povertà. Posso dire che lì mi ha ferito il cuore. E ho capito che era stato san Francesco a farci perdere tutte le macchine».

Queste e le altre cose raccontate da padre Eugenio mi rimasero come un pungolo nella memoria, senza riuscire a farmi prendere l’iniziativa di una visita a sant’Urbano, finché, lo scorso giugno, un’amica corag­giosa mi rimorchiò. «Senti », disse, «se vuoi vedere un “luogo” francescano che conservi l’intatto aspetto pri­mitivo, senza chiese bene architettate sopra, senza ban­carelle e negozietti intorno, senz’alberghi e pensioni nelle vicinanze, senza nemmeno una forestieria moder­na che lo addomestichi, vieni con me all’eremo di sant’Urbano, vicino a Narni». San Francesco, non so se per cavalleria o per compas­sione della nostra magra virtù, ci risparmiò il lungo cammino regalato a padre Eugenio. Comodamente andammo in treno da Roma a Narni e in automobile da Narni all’eremo.

«Però anche lassù - osservò il bruno autista che ci conduceva - da quando hanno fatto la strada, ci va troppa gente. Fino all’anno scorso, quando c’era solo la mulattiera, era un’altra cosa. Adesso, per le feste, ci arrivano con le motorette, con le automobili, con i pulman, perfino con i camions, ci passano la giornata, ci fanno merenda e addio pace». E scuoteva il capo. Ma saranno parentesi festive: il luogo è ancora di alta solitudine. La stessa città meno lontana dell’eremo non è di quelle che si raggiungono facilmente. Fuori delle grandi arterie ferroviarie, così erta su massi scoscesi che a guardarla dal treno sembra inaccessibile, Narni vuole essere meritata con un viaggio apposta e rimane bene in vista nel suo «muto orgoglio cittadino» me­more di Cocceio Nerva e del Gattamelata, mentre l’eremo di sant’Urbano si nasconde tra le insenature della «giogaia di monti aspri, che van da Narni alla Sabina» (P. G. Mancini, Lo Speco di Narni, 1959), e lo speco che la presenza di san Francesco ha reso sacro, scompare addirittura dentro la roccia del monte Bandita, tutta ammantata di lecci e di aceri. Da Narni all’eremo, la strada nuova, ma non larga, sale e scende serpeggiando tra il verde e prospettando una catena di montagne, che cambiano colore ad ogni cambiamento della luce. Sono - come gran parte dell'Appennino umbro - imponenti, ma non superbe; le loro curve gravi e dolci dicono: «Pace», e predispongo al silenzio. Infatti, arrivati all’eremo, spontaneamente, si abbassa la voce e si tace; ecco un breve spiazzo; di fronte un portichetto a tre archi; a destra una chiesetta bianca dominata dal monte selvoso; a sinistra un muric­ciolo, balaustra rustica e insieme sedile, dinanzi ad un panorama vastissimo, che si apre a ventaglio dal Terminillo a Sangemini, abbracciando la valle del Nera e la conca ternana. Non compare anima viva. Sono spalancate tutte le porte: della chiesina, del convento, del chiostro. Il chio­stro ricorda san Damiano d’Assisi: ma ha, più di quello, il monte a ridosso, è più piccolo, più rustico, un po’ sghembo, con archi bassi e asimmetrici colmi di fiori diversi, da un lato il pozzo con la carrucola e i ferri sormontati da una croce. Niente aiuole, pero un trifo glietto in fiore sbuca ricciuto dalle pietre sconnesse del vecchio lastricato, e lo invade a chiazze, con la prepo­tenza degli umili. Da una porta spalancata si vede un corridoio bianco e su scritto a lettere di scatola: “ clau­sura”, ma anche quel corridoio è aperto da un capo al­l’altro fino al sentiero opposto. Non hanno paura dei ladri, e nemmeno del cani e altre bestie, gli abitanti di questo eremo. Dal chiostro si passa ad una stanza scu­ra, di cui una parete si curva ad abside e questa è affre­scata pallidamente. Più in là si trova un piccolo refet­torio, lungo e stretto che da una parte ha la mensa con la tavola di quercia massiccia e la panca a dossale, dall’altra l’acquaio di pietra e le finestrelle. Dal chio­stro, per un certo andito che sembra scavato nella roc­cia, si entra in una quasi spelonca, dove nella penom­bra emergono quattro blocchi irregolari di pietra con­sunta, che formano la sponda di un pozzo.

Nessun cicerone viene a offrire spiegazioni, ma una cosa s’indovina con certezza: questa è una reggia di madonna Povertà. Padre Gemelli vi avrebbe ritrovato quei «buchi e buchetti» che gli piacevano tanto a san Damiano, e insieme la selvaggia bellezza delle Carceri e di Fonte Colombo. Ritorniamo nel chiostro ad ascol­tare il silenzio, contemplando l’altissima cupola bosco­sa sovrastante i tetti e tettini dell’eremo, e una chiesuola più su, a mezza costa, che ci mostra la curva estrema dell’abside, e buca il verde con il suo campaniletto a vela, fratello dell’altro, vicino a noi, ritto su quattro scaglioni di tegole. Finalmente compare qualcuno: è un vecchietto in giacca di fatica, capelli bianchissimi, viso cotto, occhi neri e grandi dietro lenti cittadine. Ci saluta garbata­mente. «Non c'è nessuno in questo convento?».

«Due frati».

«Due soli».

«Due padri. E servono tre parrocchie. Sono sempre in giro».

«Conversi?».

«Nessuno. Io li aiuto alla meglio ».

«Si può passare qui la notte?».

«Si, c’è una piccola foresteria, quasi nuova».

«A che altezza siamo?».

«Qui il convento è a 568 metri ; lo Speco a 640».

Sull’imbrunire ritornano uno dopo l’altro i due pa­dri: smilzi, lindi, gentili, sembrano discesi da un affre­sco dello Spagna. E da loro impariamo che qui si fer­mò san Francesco nel 1213, al ritorno da una predica­zione a Narni e nella valle del Nera. Dal villaggio di sant’Urbano, sul poggio sottostante, salì verso il monte e trovò tutto quello che desiderava per le sue soste con­templative; una gran foresta solitaria, un oratorio dedicato a san Silvestro (l’absidina affrescata pallidamente), un pozzo d’acqua sorgiva (quello della sponda pietrosa), e più in alto grotte scavate nella roccia, adattissime al­la preghiera. Scelse la più stretta e profonda, ma non poté impedire ai discepoli di costruirgli una celluzza di sassi, con a fianco un oratorietto dove pregare e as­sistere alla Messa, senza scendere a san Silvestro.

Per un viale scandito da quattordici alte croci e mal lastricato a gradoni schistosi, i frati ci conducono al ripiano del monte, dove sorge quel tuguriolo che com­prende la celluzza e l’oratorio. Davanti, sta una strana roccia tra il rudere e il pilastro, sormontata da una croce di ferro. E’ ormai notte. A lume di candela, i frati ci mostra­no l’oratorio, che ha un’absidina graziosissima (quella vista dal chiostro) a piombo sul dirupo, e la celluzza che conserva - difeso da una grata metallica - il letto di san Francesco. Non è il terribile letto della Verna, ma è tale che nessun malato ci vorrebbe giacere. E nem­meno un uomo sano. Sembra una corta barella fatta di assi di castagno tozze e rade, fissate alle sponde da chiodi di legno. Un ramo arrotondato serve da cuscino. Da una feritoia si vede il cielo e si sentono gli uccelli; dalla porticina bassa, girevole su cardini di legno pote­vano arrivare a Francesco le voci dei compagni oranti. E doveva star proprio male, se si permise di chiedere un po’ di vino.

« Lo sai che non ne abbiamo», gli risposero quei fedelissimi di madonna Povertà.

«Datemi un po’ d’acqua».

Di corsa scesero ad attingere nel pozzo vicino a san Silvestro. Tornarono con un secchiello di rame colmo d’acqua pura. Il santo, prima di bere, la benedisse secondo il solito, con un segno di croce, ma forse ci mise un’intenzione particolare? Forse chiese al Signore quel ristoro che la sua volontaria povertà gli negava? Acco­stato il secchiello alle labbra, non riuscì a nascondere un limpido riso. Era ottimo vino. Non se ne meravigliò;

si persuase sempre più che «il tesoro della santa Po­vertà così nobile ha per servitore Iddio».

«E appena ebbe bevuto quel vino miracoloso, subita­mente guarì» (I Cel., 61). Questa è storia registrata dal Celano e da san Bonaventura (Leg. Maior, V, 10), ma la leggenda racconta che un altro conforto gli venne dalla cetra di un angelo, appar­so sul pilastro di quella rupe, sentinella del tugurio.

«Ecco lo speco di san Francesco, la grotta di sant’An­tonio, la grotta di san Bernardino». I frati accennano alla parete di roccia che cinge il ripiano, ma l’oscurità crescente permette appena di scorgerle. Invece si profila visibilmente un grande albero detto il castagno di san Francesco, perché nacque dal bastone che il Poverello piantò nel prato prima di lasciare l’eremo. Dopo sette secoli e mezzo, da ancora frutto. «Mi piacerebbe avere di quelle castagne», dico a mezza voce. E’ buio. Ritorniamo al convento; da una porta del chiostro scendiamo, per una scala esterna, alla foreste­ria, che è una stanza bianca, nuda, con una tavola in mezzo, poche sedie, e la grazia del caminetto ad una parete. «Che cosa gradiscono per cena?» domanda cortese­mente il frate più giovane, che è il superiore di quella comunità a due.

«Una minestrina? Del prosciutto?».

«Anche meno!» rispondiamo, tutte prese dalla poe­sia della povertà. «Basta un po’ di formaggio».

Un lieve imbarazzo annuvola il sorriso di padre Ambrogio. Mi mordo la lingua. Correggo in fretta: «Basta un po’ di verdura». Altro lieve segno d’imbarazzo. Ma fino a che punto sono poveri questi frati? «Ci diano quello che hanno », dice pronta la mia amica. «Tutto va bene». E così impariamo che la vera povertà non ha scelta, deve prendere ciò che le offrono. Mentre ci preparano la cena, saliamo al piano superiore, dove, lungo il corri­doio, si allineano tre cellette, tre sole. La mia ha il tetto a capanna, i travicelli scoperti, una finestrina arcuata con tre gradini per arrivarci, un tettuccio, un lavamani di ferro, una sedia: tutto pulitissimo. Mi affaccio: nel­l’oscurità serena si discoprono monti e monti; in alto stelle, intorno lucciole, in basso lumini di villaggi, più giù luci saettanti di automobili. Un buon odore di fu­mo di legna - acero? carpini? - effonde nel silenzio un’intimità di cucina all’antica e parca. Pace, dolce pace. Scendiamo. La cena è pronta sulla tovaglia candida: minestra, prosciutto, vino bianco, pane casalingo. Stia­mo per finire, quando Beppe, il vecchietto compìto, ci porta un piatto di lattuga freschissima e saporosamente condita. Chi sa dov’è andato a prenderla per ordine di padre Ambrogio! Usciamo all’aperto e, ripassando per il chiostro, torniamo sul piccolo sagrato, che gode l’am­pio scenario dei monti, a quest’ora sommerso nell’om­bra, ma non tanto da impedire ai due frati, sbucati dalla chiesina, di spiegare, segnalando gruppetti di lumi: sant’Urbano, Lugnola, Aguzzo, Finocchieto, più lon­tano Stroncone, in fondo quella fiamma rossa: Terni. La topografia c’interessa meno dei discorsi di padre Ambrogio, che riassume la storia dell’eremo, e di padre Placido, che da molti anni ci vive e ne conosce i segreti e le leggende. Padre Ambrogio racconta che «il luogo» di sant’Urbano, sempre custodito dalle lance spezzate della Povertà, fu restaurato da san Bernardino, forse nel 1426, quando predicò a Viterbo, a Todi, a Rieti, ad Amelia: il suo sorriso, che tempera l’appassionata po­vertà di san Francesco, accoglie il visitatore nel porti chetto esterno a tre archi e lo accompagna nel chiostri no, nel refettorio, nel dormitorio. Tra il Seicento e il Settecento i Riformati videro nell’eremo di sant’Urba­no una roccaforte della più stretta osservanza e il ven. Pietro da Orvieto, contemporaneo di san Leonardo, lo risollevò ai fastigi della santità. Così ogni risucchio della grande onda francescana verso le origini, riscopre il te­soro di sant’Urbano.

Padre Ambrogio non dice di più, ma a questo punto, io, io sola, odo la voce di padre Eugenio che, con il suo accento straniero riprende a raccontare nell’ombra not­turna:

«Vennero anni duri. I frati dovettero abbandonare sant’Urbano, benché i più fedeli alla tradizione, come il generale padre Bonaventura Marrani, l’avessero sem­pre nel cuore.

Nel 1943, durante la guerra, padre Pla­cido partì solo da San Damiano con in tasca il denaro per il biglietto e basta. Quando arrivò all’eremo non c’erano né finestre, né mobili. Le piante erano entrate nelle camere e la gente si era servita di tutto il mobilio. Lavorò delle settimane, mangiando pane e insalata. Un giorno, stanco di tutto, partì. Voleva tornare a San Damiano. Sotto la roccia si fermò un’ultima volta a guar­dare questo povero speco. Allora un dolore lo prese; non poteva lasciarlo, e ritornò. Poi padre Ambrogio venne ad aiutarlo. La sera stanchi dicevano il breviario alla luce del fuoco e... si addormentavano, l’uno di qua l’altro di là».

Intanto padre Placido, non sospettando che qualcuno narri i suoi «Fioretti» inediti, parla delle lepri, che sal­tano ingenue dai boschi sulla strada e si lasciano pren­dere senza fucile; delle api, che si annidano nel tronco di un leccio antichissimo e non se ne allontanano, per quanto i pastori si sforzino di farle sciamare; ci raccon­ta i miracoli registrati nelle cronache del conventino. Dicono le antiche cronache che nel febbraio 1678, un inverno rigidissimo, ai frati mancò l’olio e quando già si adattavano a mangiare legumi sconditi, trovarono in dispensa, colma d’olio color topazio, la brocca, che da tempo era vuota. E per mezzo di quell’olio «portato da mano angelica, Dio operò molti miracoli, a prò e bene­ficio dei fedeli divoti». Dicono le antiche cronache che durante la pestilenza del 1686, i capi di Magliano Sabi­na mandarono a prendere una soma d’acqua del pozzo di san Francesco, la distribuirono in bicchierini alla po­polazione e la peste scomparve. Dicono le antiche cro­nache che i frati, a mattutino della domenica e delle fe­ste grandi, solevano andare in processione dalla chiesetta del convento fino allo speco. Una notte festiva del 1704, o fossero stanchi, o fossero occupati, o il cam­panaro avesse dimenticato di svegliarli, non si mossero, e la mattina seguente ne ebbero grande rimorso. Ma il guardiano, andato a Lugnola a celebrare, si sentì dire: «Ch’avete fatto stanotte? Ch’avete fatto? Che bellezza tutta quella luce!». E un altro frate ad Aguzzo si sentì dire lo stesso: «Ma che bellezza stanotte, tutti quei lu­mi! Ch’avete fatto?». E un altro padre a Finocchieto fu assalito dalle medesime esclamazioni: «Ch’avete fat­to stanotte? Che bellezza tutta quella luce! Ch’avete fat­to?». Capirono allora che angeli e santi francescani erano scesi dal Paradiso per onorare al posto loro lo speco di san Francesco.

Sarà una variante della leggenda della Verna, quella degli uccelli, che una notte di neve sostituirono i frati nella processione notturna alla cappella delle Stimma te? Non importa. Nella malinconica cadenza umbra di padre Placido, la ripetizione: «Ma ch’avete fatto stanotte? Ch’avete fatto?» prende il ritmo litaniaco di una lauda duecentesca. Con questo ritmo e con queste immagini da «Fioretti» risaliamo alle nostre celle.

Lo stellato fulgente mi attrae alla piccola finestra, ma bisogna pure dormire! Alle tre e un quarto la luce sbianca già le pareti e viene da occidente e da oriente: da occidente un raggio di luna calante, da oriente una lista d’alba sul labbro bruno dei monti, che più tardi l’aurora orla di rosa, e poi d’oro. Dal mio lettuccio vedo la costa del monte, verdissima; affacciandomi, è ancora la gamma molteplice del verde in ondulazione frondo­sa di colli e vallicelle a rapirmi gli occhi; è una fragran­za di terra, di radici, di bosco risvegliato a rendermi i sogni della giovinezza. Il sole è già alto, quando saliamo allo speco. E’ a grandi strati irregolari, spac­cati da almeno tre grotte, quella di sant’Antonio, quella più aperta di san Bernardino, quella strettissima di san Francesco, detta lo speco: fenditura alta, che si spro­fonda nella roccia e dall’esterno pare una ferita slabbra­ta della pietra. San Francesco vi scorse - come alla Verna - la traccia del terremoto, che spezzò i maci­gni, quando Gesù morì, e per questo l’amò. Non gli ba­stava inselvarsi per contemplare la bellezza e la potenza del Creatore, voleva piangere la passione del Salvatore, voleva sentire la redenzione anche nelle viscere sassose

della terra; voleva, lui uomo, affermare la sovranità di Cristo sulle cieche forze telluriche.

Assistiamo alla Messa proprio nell’oratorio di san Francesco, preghiamo nella sua celluzza, su quel suo letto impossibile e pensiamo che proprio qui, tra lo speco e l’oratorio, il genialissimo santo si ritemprò al­l’apostolato; qui, come alla Verna, alle Carceri, a Greccio, a Fonte Colombo, usciva dalla storia per rientrare nella storia, passando dalla vita eremitica più aspra al­l’apostolato più logorante, dalla preghiera più estatica all’orazione più intensa. Non è meraviglia, se attingen­do dalla Grazia e dalla natura energie sempre nuove e poi bruciandole tutte nel rogo della carità, in soli sedici anni facesse tante cose, e lasciasse un’impronta così va­sta e durevole.

Vediamo al sole il castagno di san Francesco, un gi­gante decrepito che, accosto al tronco scortecciato, sente crescere una tribù di arbusti pullulanti dalle sue stesse radici. Mentre riscendiamo al conventino, non posso fa­re a meno di pensare alla sua storia, che padre Ambro gio ieri interruppe proprio al punto in cui entravano in scena lui e padre Placido. Domando: «Padre Euge­nio non ha lavorato per l’eremo?». «Si, mi risponde, venne con dei ragazzi svizzeri ogni anno, nell’estate, dal 1948 al ‘53 e ci aiutò a riattare il chiostrino. Ma dove lavorarono di più fu alla foresteria, nel ’53. F ecero quasi tutto loro».

Sento io solo la cordiale risata di padre Eugenio.

«Che fatica! - dice con la sua pronuncia tedesca - Di questa foresteria stavano soltanto i muri. Dentro era un solo vuoto sotto il tetto... Per fare l’accesso di fuori do­vevamo far saltare sassi (non con la polvere, ma colla mano) e costruire un grande muro e una terrazzina. Per costruire i piani dovevamo mettere travi di ferro, portati sulle spalle lassù. Avevamo fatto i buchi nel mu­ro, pietre durissime, e quando volevamo mettere i travi, questi erano troppo lunghi! Che cosa fare? Rinviare i travi alla fabbrica? Portarli di nuovo in basso della montagna e portare altri in alto? Impossibile! Per ta­gliare non avevamo strumenti. Non rimaneva che fare i buchi nel muro più profondi. Il muro è molto grosso. Ma più i buchi erano profondi e più era difficile lavo­rare con martello e scalpello. I giovani ricordano anco­ra quel lavoro. Ma che povere sono queste parole in comparazione delle grazie e gioie che hanno invaso tut­ta la nostra anima in quel sacro speco! Quante ore sono rimasto tutto solo sulla terrazza dove stanno la cappella e il castagno. Non ho mai più trovato profondità di preghiera come lì». Sento la verità delle parole di pa­dre Eugenio.

Leggenda e storia si danno la mano in questo ere­mo fuori del mondo, e i “ Fioretti” vi nascono ancora, freschi e aulenti come nel secolo XIII.

Ci distacchiamo malinconicamente dall’eremo. Vor­remmo portare dentro di noi quel silenzio, chiudere in una fiala quell’aroma di selva e di preghiera, non per dere mai di vista la casta bellezza della povertà. Ma già l’auto strombetta. Presto, presto, andiamo! Padre Am brogio mi trattiene un momento. «Per ricordo dell’al­bero di san Francesco!» dice, e mi lascia una manciata di castagne. Ottobre 1960 -



Narni, Lo Speco di San Francesco: frate orante dinanzi alla “Grotta di San Francesco”, (foto inizi ‘900)

Molti anni son trascorsi dalla “visita” addotta allo Speco dalla scrittrice Maria Sticco; il mondo è “cambiato”, il sacro luogo di Narni assolutamente no: esso è tuttora inflessibile testimone del francescanesimo delle origini. “Lassù” tutto parla e profuma meravigliosamente di frate Francesco … anche il “sempreverde” padre Placido Sartucci.

Questi, destinato dai Superiori allo Speco nel 1942, dopo oltre un sessantennio di ininterrotta permanenza, vive nel recondito luogo a cui ha consacrato intelligenza e zelo, tanto da legare indissolubilmente il suo nome a questo piccolo ma celeberrimo Santuario francescano.

 


Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it



 
 



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